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    Sentire Puttanate

    Archivado en Italiano por adehoces, 31 de Enero de 2005

    Qual’è la parte più difficile del lavoro di uno sviluppatore di software? L’architettura, l’analisi funzionale, tecnica, la programmazione? No. L’aspetto veramente duro è dover sentire puttanate.

    Ricevi una mail dall’IT manager, quell’individuo che secondo il suo curriculum ha “collaborato nella concettualizzazione di progetti di convergenza” ed è stato ” direttore di espansione di strategie di quarta generazione”, e il cui lavoro consiste in inoltrare le mail dei clienti ai tecnici e viceversa, e leggere cose su internet per avere qualcosa da dire (con Google e un paio di filtri sul client di posta, l’azienda risparmierebbe 80.000 euro l’anno). La mail ha come oggetto “Brainstorming”. Ed è lì che sei fottuto.

    Il “brainstorming” o “tempesta di cervelli” è (o dovrebbe essere) la riunione in cui tutti portano il proprio talento o esperienza per trovare soluzioni ottimali ai problemi. La realtà è che nella tempesta di cervelli, il manager di solito mette la tempesta e tu metti il cervello. E nella tempesta, come nel mare mosso, il guadagno è per i pescatori. Tu pensi, abbozzi, trovi soluzioni, che un motivo c’era se volevi diventare ingegnere. Lui si segna il gol, che un motivo c’era se ha fatto un master in “strategy business JabbaDabba”.

    Così arrivi in sala riunioni con la con la puzza al naso. Lì c’è lui, con il portatile, la tazza di caffé, e un mucchio di carte (di solito stampe delle mail dei clienti con le loro richieste, ovvero, il problema in sé, e neanche un foglio in più che dica che ha impiegato del tempo a trovare soluzioni a niente).

    Sai già a cosa ti esponi. Ti chiederanno il ben noto “e adesso che faccio” ma senza dare nell’occhio. Di soppiatto. Come se tu fossi un imbecille. Ma non finisce lì: sarai la cavia sulla quale testare gli ultimi discorsetti sentiti nei forum o nei “cookbooks”, tu li accetterai o li rifiuterai, li correggerai, ed infine aiuterai il profilarsi di quella superficiale saggezza, quell’arte di “fare finta di avere ragione” (vedasi Schopenhauer) con la quale questi individui giustificano buste paga esorbitanti davanti alla direzione (che normalmente sa solo rendere pan per focaccia).

    Così, te la prendi sul personale. Bisogna mettere in chiaro che
    A) il pane è il pane, e una focaccia è una focaccia, vale a dire, un’idea è un’idea e una stronzata è una stronzata, e tu sai distinguerle bene
    B) Si può fare della demagogia discorrendo sul sesso degli angeli o sull’arte astratta, ma non sul software
    C) non si impara su un forum in un’ora quello che ti è costato diversi anni di università, altrettanti di lavoro, molto caffé e molti straordinari
    D) un imbecille con un libro non è un ingegnere
    E) Un master, una cravatta e un palmare fanno pendant, ma non donano buon senso a chi non ce l’ha.

    Insomma, che cominci il circo. Mettiti le cinture. Aggrapati con forza ai tuoi principi, perché stanno per applicarti la cura Ludovico (vedasi Arancia Meccanica). Ti immobilizzeranno su una sedia, ti drogheranno, ti terranno le palpebre aperte con dei supporti, e ti costringeranno alla visione di due ore di Power Point. Ti sottoporranno a spaventose torture psicologiche con il duplice obiettivo di ottenere informazioni e contemporaneamente convincerti di realtà alternative.

    A seguire riporto frammenti reali (do la mia parola d’onore) di riunioni con il mio attuale IT manager circa diversi progetti Java e VB nei quali “abbiamo” lavorato.

    Perla 1: Hibernate

    [manager] Cosa utilizziamo per i dati?

    [io] Usiamo Hibernate

    [manager] E’ meglio usare Entity Beans

    [io] Perché?

    [manager] Entity Beans sono compatibili con J2EE, e inoltre stanno in un pool, Hibernate non ha pool e quindi va più lento.

    Quando stavo per spiegargli la stronzata che aveva detto, erano così tante le idee che mi si sono accumulate in testa di colpo che mi era subentrato uno stato di shock, e dovetti procacciare un bicchere d’acqua. Credo che questa sia una specifica tecnica di argomentazione, che dovrebbe chiamarsi “è tanto grande la cazzata che non si può ribattere”. Se qualcuno ti dice “due più due fa cinque”, si può argomentare che fa quattro. Se qualcuno dice che “due più due fa una costellazione vicina a Alfa-Centauri”, si può solo rispondere “ma di che minchia parli?”; aloro volte ti possono dire “Si vede proprio che non hai fatto un Master JabbaDabba”

    Perla 2: Easy Upgrade

    Eravamo in riunione con dei clienti americani ai quali avevamo venduto un programma (tanto per chiamare in qualche modo quella monnezza programmato da un “senior con 10 anni d’esperienza” e che io ho dovuto mantenere successivamente). Il processo d’installazione consisteva in decomprimere un file zip nel disco fisso e poi eseguire un setup.exe (non funzionava installando direttamente dal CD). Il file zip includeva le cartelle della base dati. Ogni volta che gli passavamo la nuova versione, se non volevano perdere i dati precedenti, dovevano rinominare la base dati vecchia, installare la versione nuova completa (bisognava per forza installare la base dati nuova, perché parte della logica e delle risorse del programma risiedevano lì - non chiedetemi perché, chiedetelo al “senior”-), e poi importare le tabelle con degli script. (ci ho messo una settimana affinché il tecnico della filiale giapponese lo facesse correttamente).

    [cliente] Potreste semplificare il processo d’installazione?

    [manager] Si, produrremo un processo d’installazione che all’inizio faccia un diff come in Source Safe ed installi solo ciò che si è modificato o aggiunto

    Sono stato lì un attimo a dubitare se quest’uomo sapesse che il codice sorgente vada compilato.

    Perla 3: Interfacce magiche

    In questa riunione mi chiedeva di disegnare un portale (una specie di carrello della spesa con i servizi dell’azienda), e per risparmiare tempo voleva che lo facessi pensando alle necessità e alle specifiche di un solo cliente, il primo che eravamo riusciti a inchiappetare.

    [io] Ma se faccio il portale specificamente per un cliente, non potremo riutilizzare il codice. Vuoi che disegni la logica in forma generica, anche se mi porterà via un pò più di tempo?

    [manager] No, non abbiamo tempo.

    [yo] Allora quando avremo un secondo cliente, dovremo fargli un altro portale diverso.

    [manager] No, riutilizzeremo quello che faremo ora

    [io] Allora, lo faccio generico, no? Più tempo….

    [manager] No, fallo specifico, ma tenendo ben presente che lo riutilizzeremo

    [io] Scusa, spiegami con quale tecnica creo velocemente qualcosa di specifico ma riutilizzabile

    [manager] Unicamente tiene pulite le interfacce.

    Mi son chiesto se esisteva un “Omino Bianco Design Pattern”. Poi ho cercato di farmi spiegare come si fa a programmare una logica specifica che implementi un’interfaccia valida per tutti, e ammesso e non concesso che ci riuscissimo (qualcosa come definire uno standard tipo JDBC e creare diversi drivers), alla fine avremmo riutilizzato solo l’interfaccia (mezz’ora di lavoro?) e quindi eravamo al punto di prima. La sua risposta è impossibile da riprodurre.

    Perla 4: Override autoincremental keys

    Questa volta dovevamo disegnare una logica di business transazionale che operava su due sistemi diversi, un workflow e un software di preventivi (entrambi con il proprio API). Bisognava mettere in relazione entrambi per far sì che quando un cliente chiedeva un preventivo, si creasse un compito nuovo nel workflow e un preventivo nuovo a lui associato.

    [io] Dobbiamo creare un metodo che automaticamente inizi una transazione, aggiunga un compito al workflow, conservi l’ID, poi aggiunga un preventivo, conservi l’ID, registri la relazione tra i due ID e faccia “commit”

    [manager] Per risparmiare tempo facciamo sì che l’ID del compito e l’ID del preventivo siano sempre uguali, così non dobbiamo metterli in relazione. (QUesta da sola potrebbe essere la Perla 4, ma non è finita)

    [io] Guarda, anche se potessimo specificare noi le chiavi, dovremmo sapere quali ID abbiamo usato per generare i nuovi, e ciò sarebbe peggio che mettere in relazione due ID. Inoltre, le chiavi sono campi autoincrementali sia nel workflow sia nel sistema dei preventivi, per cui non possiamo specificarle noi a nostro piacimento.

    [manager] Ma c’è un meccanismo negli Entity Beans che permette di specificare le key dei registri inseriti.

    Dopo essermi ripreso dallo shock, mi sono fatto un trip col meccanismo:

    EntityBean: InsertTaskWithKey(55)
    DataBase:SQLException:KeyViolation
    EntityBean:CazzoTiHoDettoDiInsertTaskWithKey(55)
    DataBase: e va bene!

    Perla 5 - Java Word Parser

    A volte gli utenti del portale di servizi suddetto caricano file formato Word affinché l’azienda (che si occupa di ricerca di contenuti) li traduca a diverse lingue. Bisogna stimare il costo della traduzione automaticamente, per dare al cliente un preventivo immediato. Bisogna unicamente contare il numero di parole nel documento e moltiplicarle per il prezzo per parola stabilito.

    [manager] Come possiamo rendere automatici i preventivi?

    [io] Devo cercare una libreria Java per file doc, integrarla nel portale, e creare una funzione che mi renda il numero di parole.

    [manager] No, sai che ti dico? facciamo una cosa ancora più veloce. Possiamo riutilizzare le macro di Word che hanno nella sezione di Prova.

    Facile. Abbiamo bisogno di un semplice “Enterprise Word Server” che possa girare su Solaris, che possa essere installato in cluster, e al quale si possa accedere via RMI.

    Spero che grazie a questi esempi il mondo capisca la mia sofferenza. Alla prossima.


    Traducción:
    Sol Kawage [email][web]

    Fabrizio Ferri Benedetti [email][web]

    I.T. Pito del Sereno

    Archivado en Fuckowski, memorias de un ingeniero por adehoces, 11 de Enero de 2005

    I.

    -Póngase cómodo, señor Fuckowski; ¿quiere una cerveza? En esta empresa no nos gustan las formalidades, no nos van los estirados con palos de escoba metidos por el culo…

    Coño. Pues sí que empieza bien la cosa.

    -Esto… sí, por favor, negra, bien fría…

    -Maika, por favor, tráigale una jarra de cerveza negra helada al señor Fuckowski. Estamos en la 237 -dijo por el intercomunicador.

    Era un tipo de unos cuarenta años, con clase, algún mechón de canas, pero lucía una sonrisa de aspecto juvenil. Prosiguió:

    -Bien. Ha superado usted tres entrevistas técnicas. Ésta será la entrevista final. Vayamos al grano. Veo por su currículum que tiene usted bastante experiencia. Pero no dura usted mucho en las empresas, ¿eh? -el tipo me guiñó un ojo.

    -Pues… es que…

    -No, no se disculpe. Sigue usted buscando el empleo ideal, en ese sitio donde las cosas se hagan bien, ¿me equivoco?

    -Eso, exactamente.

    -Ocho años de experiencia. Está muy bien para su edad. Lleva usted diez años en la universidad, ¿cierto?

    Joder. La pregunta del millón. A ver como le explico yo ahora el tema.

    -Esto… sí. Tuve la oportunidad de trabajar, y consideré que… bueno… me quedan sólo seis asignaturas, y…

    -No, no, por favor, nada de explicaciones. No le culpo por ello. Con la mierda de universidades que tenemos en este país… Pero no se preocupe, aquí no será prejuzgado por su expediente académico.

    Entonces entró Maika y por poco no se me cayeron las pelotas. Una tía de mi estatura, morena, pelo sedoso, piel blanca, enormes ojos azules… ¡y qué cuerpo! La voluptuosidad hecha secretaria. Llevaba unos pantalones negros ajustados que se aferraban con fuerza a su imponente culo y bajaban justo hasta la mitad de las pantorrillas, tacones altos, y un top blanco que apenas podía contener las tetas más inmensas que había visto fuera de internet.

    -Aquí está la cerveza, señor Fuckowski -me dijo Maika.

    Encima tenía voz de tontita, de no haber roto un plato, de chuparse el dedo, de tenerlo todo afeitadito, de no decir nunca que no, de disfrutar como una perra chupando y chupando y dejándose chupar y…

    -Si no la quiere, me la llevo -me había quedado embobado mirándole las tetas; tenía la boca abierta y la lengua colgando.

    Cogí la cerveza e intenté decir gracias, pero con la lengua fuera sólo pude emitir un nosequé estúpido y baboso. Maika salió de la sala sonriendo. Juraría que me había guiñado un ojo…

    El director de mirada joven prosiguió:

    -Uno de nuestros análisis iniciales reveló que el 99.5% de alumnos con expediente brillante son borregos mediocres que jamás se dan cuenta de si aquello que les exigen hacer es una memez o no, que no piensan por ellos mismos, que presuponen a sus superiores el don de la verdad absoluta, que se autoculpabilizan de todo, y que son capaces de estudiar quince horas al día simplemente por miedo al fracaso, porque “así funcionan las cosas”. Acaban devorados por las consultoras, son el perfil ideal. Los mandan a marear la perdiz al cliente y ellos no se dan ni cuenta. ¿Cree usted que un cliente, en su ignorancia tecnológica, sería capaz de concluir que está pagando una millonada por cuatro chavales sonrientes con expediente de sobresaliente, por cambiarle los colorcitos de la página web? No, sobre todo cuando los cuatro chavales sostienen, porque de hecho están convencidos de ello, que están “desarrollando un proyecto de reestructuración de cascade style sheets para adaptar los estilos subyacentes a la usabilidad de la quinta generación y así posicionar el producto a la cabeza del mercado”. Y encima, como son unos mantas, pues tardan cien horas que se le cobran al cliente, y todos tan contentos. Así va el país…

    Joder. Oír hablar a ése tío era como oírme hablar a mí mismo. Quería más.

    -¿Y el otro cero coma cinco?

    -¡Por el culo te la hinco! -me espetó el tipo a la vez que extendía el brazo y me señalaba con su dedo índice.

    Yo no estaba preparado para aquello y se me quedó cara de absoluto gilipollas. Tenía que haber una cámara oculta en algún sitio.

    -Bébase su cerveza, hombre, ¡que aún le veo un poco estirado!

    Cuando el hombre termino de reírse a mi costa, me explicó lo del otro cuatro mas uno:

    -Los otros pertenecen al reducido grupo de los genios que no se han desmotivado, porque desde siempre quisieron dedicarse a la enseñanza e investigación y tuvieron claro que un buen expediente era su única posibilidad. Saben que la docencia es deficiente, que emplear carísimas horas de clase en copiar al dictado es una estafa, que en realidad lo que hay que saber no son las respuestas correctas, si no las que el profesor de turno considera correctas, y que posiblemente luego lo tengan que reaprender casi todo, pero aún así hacen el sacrificio en pos del futuro. Luego, después de unos años como becarios precarios haciendo el trabajo sucio del departamento, preparando apuntes de asignaturas nuevas, corrigiendo exámenes en fin de semana, yendo a por café, tiza y tabaco, redactando brillantes artículos que firman todos los demás, y en definitiva haciendo todo el trabajo de algún espabilado que se pasa el curso viajando por los cinco continentes de conferencia en conferencia y de hotel en hotel, consiguen su plaza. Y ahí es cuando empieza el verdadero infierno: su forma de hacer las cosas, su talento, su entusiasmo, deja en evidencia a todos los demás, así que se ven sometidos a la conjura de los necios, al más cruel acoso laboral, son perseguidos, calumniados, ninguneados. Salvo excepciones, acaban aislados en algún oscuro despacho, sufriendo algún tipo de úlcera y preguntándose en qué han fallado.

    -Terrible… -dije.

    Yo en toda la carrera había tenido tres o cuatro buenos profesores. Tenía que acordarme de mandarles un mail agradeciéndoles sus clases. Le pegué un buen viaje a la cerveza. Empezaba a sentirme como en casa.

    -En fin. Le explico como trabajamos en esta compañía: le damos un portátil con conexión por satélite a internet y a nuestra red privada. Un terabit. También le damos una tarjeta de crédito con la que podrá pagar billetes de avión, hoteles, restaurantes, y ocio. Sin límite. Usted se larga a donde le salga de los cojones: Teruel, Florencia, Estambul, Zihuatanejo. Cada viernes a las 14:00 GTM, se conecta con el cuartel general por videoconferencia para que sepamos que sigue vivo. Cuando corresponda, le enviaremos la lista de tareas y el plazo de entrega. Luego trabaja usted como le venga en gana, pero con una única condición: aquí no hay retrasos. Ante cualquier tipo de imprevisto, nos lo comunica inmediatamente para que alguien retome su trabajo, que debe estar perfectamente documentado y libre de bugs. Si el viernes no da usted señales de vida, alguien seguirá por donde usted lo hubiera dejado. Si no estaba usted en un hospital, estará despedido. Y si todo va bien, el 1 de cada mes le pagamos el sueldo base, y después de cada entrega nos repartimos los beneficios. Noventa por ciento a repartir entre los programadores y analistas, diez por ciento para mí que para eso la empresa es mía. Además, ¿no querrá que los tiburones que tengo en la pecera del salón se me mueran de hambre, no?

    La polla me iba a reventar la bragueta.

    -¿Dónde hay que follar? Digo, ¡FIRMAR!

    -Firmar, en el contrato. Follar, en la sauna.

    Accionó de nuevo el intercomunicador.

    -Maika, traiga el contrato, y prepárese para un masaje y una sesión de sauna.

    No me lo podía creer. A los diez segundos entró Maika en bikini, toda ella inmensas curvas de piel blanca y carne prieta, con los pezones y el sexo tapados por tres triángulos rojos de tela, cada uno del tamaño aproximado de un Dorito. Bajo el ombligo tenía uno de esos tatuajes tribales con forma de V, que no significan nada en chino, ni en sánscrito, ni hostias. Usan el lenguaje visual de las señales de tráfico y significan “por aquí se va al chocho”.

    Dejó el contrato sobre la mesa y empezó a masajearme los hombros. Ocasionalmente sus tetas se posaban sobre mi cabeza. Me bebí lo que me quedaba de cerveza de un tirón.

    Eché un vistazo rápido al contrato. Sin asteriscos, sin letra pequeña, sin cláusulas de abducción. Todo tal y como me lo habían explicado.

    -Bueno, firrrme ssu contrrrato y sse da ussted una sessión de ssauna con Maika, con todo incluido…

    De pronto el tío tenía acento rumano. Levanté la vista de los folios. Me ofrecía una pluma metálica con punta de aguja. Al tipo le habían salido unos enormes y afilados colmillos.

    -Ssupongo que no le imporrtarrá firrmarr con ssangrre…

    -Oiga, pero… ¿se puede saber qué clase de payasada es ésta? -dije, indignado, a la vez que me levantaba de mi silla.

    El tipo guardo la pluma en un cajón, y sacó un bolígrafo. Se echó mano a los colmillos, se quitó la dentadura postiza y la dejó junto a la pluma. Me pasó el bolígrafo y dijo:

    -Bueno, era nuestro último test psicológico. Lo ha superado usted. Verá, hemos observado que en un mundo en el que impera la más absoluta tiranía laboral, muchos trabajadores sufren una especie de síndrome de Estocolmo. Cuando empiezan a trabajar para nosotros sienten culpabilidad, remordimientos, una especie de rechazo al placer, al bienestar. Acostumbrados a cobrar un sueldo mísero y a oír la cantinela de “hay que apretarse el cinturón que el sector está mal”, cuando cobran un salario digno no pueden soportarlo. Al final se convierte en auténtica paranoia. Piensan que nos dedicamos al tráfico de armas, que somos mafiosos, o satánicos, que se van a quemar en el infierno. Es que la religión ha hecho estragos en las conciencias humanas…

    Pero, ¿quién cojones era ese tío? Bueno, iba a tener la oportunidad de averiguarlo.

    Firmé el contrato, se lo entregué, y dije:

    -Entonces, lo del casquete en la sauna, ¿era parte del test, o…?

    -No, en absoluto, Maika le acompañará a la sauna. Aquí somos muy abiertos, ¿verdad?

    -Por supuesto… -respondió Maika. Me cogió de la mano y se encaminó a la puerta. La seguí al pasillo.

    Era un pasillo largo de moqueta roja. La jarra de cerveza había hecho su efecto, tenía que ir al servicio urgentemente.

    -Perdón, ¿hay un servicio cerca, Maika?

    -Sí, es la puerta al final del pasillo. La sauna es aquí, te espero dentro. ¡No tardes!

    Se quitó la parte de arriba del bikini y me la colgó del cuello.

    -Ni dos segundos. Estaré ahí antes de que empieces a sudar.

    Me dirigí al final del pasillo. Anduve y anduve y de pronto reparé en que el pasillo no se acababa nunca. Joder. No sería la primera vez que me iba a quedar sin casquete por algún retraso estúpido.

    Me lo pensé un poco; luego me saqué la chorra, me apoyé en la pared, apunté al filo de la moqueta, y me dejé ir…

    Entonces me desperté.

    Era un uno de Octubre. Yo estaba en el paro: había dejado el trabajo y había decidido volver a la universidad, a terminar la carrera. Era mi primer día de clase.

    Tenía veinticinco años. Y me había meado encima.

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